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Missione Italiana nelle Filippine PDF Stampa E-mail
Lunedì 09 Dicembre 2013 22:42

 

MISSIONE ITALIANA EMERGENZA FILIPPINE

NELL'OCCHIO DEL CICLONE

Saverio Olivi, Coordinatore Nazionale del Servizio Emergenza Radio per la Federazione Italia Ricetr asmissioni ha partecipato alla prima fase della missione Italiana nelle Filippine dopo l’ondata di maltempo che ha devastato vasta parte del paese Asiatico. Lo abbiamo intervistato al suo rientro-

Partiamo dall’inizio, dalla partenza

“Sono partito come volontario in appoggio ad un ospedale da campo messo a disposizione dalla Regione Marche. Per portare assistenza alla popolazione di un paese così lontano da noi si era messo in campo il meccanismo Europeo di Protezione Civile. Questo ha contatto il Dipartimento della Protezione Civile Italiano che, a sua volta, si è messo d’accordo con le Marche per questo intervento”.

Una regione sempre in prima fila

“Le professionalità in campo erano diverse e di primo ordine. Oltre a me e Daniele Razzano, entrambi del club E. Mattei di Fano, c’erano 9 medici ed 11 infermieri della Associazione Regionale Emergenze Sanitarie oltre ai dirigenti Susanna Balducci e Gianni Scamuffa della Protezione Civile regionale. Il Dipartimento Nazionale era rappresentato da Paolo Vaccari e Massimiliamo Borgi, dell’ufficio esteri, oltre ad Alessandra Ferri  che si occupa del volontariato”.

Le Filippine non sono esattamente dietro l’angolo

“Siamo partiti nelle prime ore di domenica  17 novembre da Ancona con un pulmino per Roma. Da qui abbiamo preso un volo di linea per Hong Kong, 12 ore di viaggio. Con il resto del gruppo abbiamo dovuto attender e per ritrovarci, visto che non erano disponibili posti per tutti. Parte del personale ha dovuto anche triangolare attraverso Londra. Dall’ex possedimento inglese ci siamo trasferiti, con un altro volo di linea durato3 ore  mezzo, nell’isola di CEEBU. Qui ci siamo nuovamente separati. Il team di prima valutazione – di cui faceva parte anche Saverio – è partito, a bordo un C130 svedese, per un’altra isola, LEITE, più precisamente nella località di TECLEBAN, distante una mezz’ora. Qui abbiamo incontrato il sindaco della cittadina di BORAUEN. Questo ci ha accompagnato nel quartiere – i filippini chiamano questi rioni con il termine “varacau” - di SAN ESTEBAN”

Qui inizia il lavoro vero e proprio

“La zona in cui dovevamo installare l’ospedale era completamente coperto da rami. 2 uomini dell’advanced team rimasero sul posto per attrezzare l’area con l’aiuto della popolazione locale, mentre io ed altri 2 siamo tornati a TACLEBAN. Qui abbiamo dormito in un albergo. Niente acqua corrente, niente bagni e niente luce, solo una candela. Siamo rimasti là fino alle mattina del giovedì quando avremmo dovuto ricevere il materiale tramite un C 130 della Aeronautica Italiana. Da questo abbiamo ricevuto anche dei telefoni satellitare ed un sistema internet per l’ospedale che abbiamo installato solo il venerdì dopo che tutta la struttura era operativa. In qualche modo abbiamo scaricato dall’aereo il materiale – comprese 5 tende pneumatiche e dei generatori – caricandoli su un furgone. A SAN ESTEBAN non avevamo niente con cui movimentare questa roba. Ci siamo fatti aiutare dalla popolazione locale che ha realizzato una sorta di rampa per i gruppi elettrogeni ed ha spostato a mano quello che poteva. Abbiamo montato l’ospedale sotto una pioggia battente durata tutto il giovedì”.

Tanta fatica, ma alla fine arrivano anche le soddisfazioni

“Il venerdì mattina abbiamo aperto l’ospedale. Da subito abbiamo curato 150 persone per poi attestarci su un numero simile tutti i giorni. Non solo gente colpita dalla furia del ciclone ma anche persone che, normalmente, avevano difficoltà ad avere assistenza sanitaria. Stavamo aperti dalle 8 alle 17 e la gente si presentava in un flusso quasi ininterrotto. Per i casi più gravi trasferivamo i pazienti tramite una ambulanza locale all’ospedale australiano di TACLEBAN”

Parliamo anche del protagonista di questa tragedia

“Il ciclone ha distrutto tutto sul suo cammino. Una popolazione già povera è stata fiaccata da questa calamità senza però perdere il sorriso. Le città sono demolite, si vede solo un indistinto miscuglio fra case, detriti e persone. Pensate solo che non vi sono più noci di cocco sugli alberi; la forza del vento le ha strappate lanciandole attorno come pesanti proiettili. La telefonia mobile è fase di ripresa ma siamo ancora lontani. Solo negli ultimi due giorni della nostra permanenza potevamo trovare una tacca di segnale GSM salendo sul campanile di una chiesa danneggiata dal maltempo”

Arriva il momento di rientrare

“Dopo due settimane, ripartiamo il lunedì mattina con un C27J dell’AMI a CEEBU. Qui troviamo il team avanzato del turno successivo che era sul posto dalla domenica. Il lunedì pomeriggio arriva il resto del cambio. Martedì mattina partiamo per Hong Kong dove facciamo 9 ore di attesa prima del nostro volo. Ci facciamo le nostre 14 ore per Roma a cui seguono le 5 ore di pullman per Ancona.

In chiusura è doveroso chiedere che cosa possa lasciaci dentro una esperienza simile

“Come ho detto prima, ho avuto il piacere di conoscere un popolo poverissimo ma sempre con il sorriso. Basti pensare che quelle che per noi erano condizioni, per così dire, estreme, come la doccia fatta con il bambù od i bagni costruiti con del materiale di recupero e delle buche nel terreno, per loro sono la normalità sin dal primo giorno dopo il tifone. Abbiamo lasciato alcuni soldi, come donazioni, con cui poter ricostruire il tetto della scuola o fare acquisti di beni di prima necessità. Stavo pensando di inviare del vestiario dall’Italia, ma i costi di trasporto sono tali da rendere preferibile l’acquisto in zona. Ho anche l’obiettivo, seppur molto più complicato, di mettere su una qualche azione per trovare i fondi da dedicare al recupero del tetto della chiesa”.

 

 
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